San Martino a Torre di Mosto

 

di Aidi Pasian e Pierluigi Cibin

 

È stata una ricorrenza ‘sofferta’ quella di San Martino, quest’anno, nella timida attesa di un tipico sole autunnale, giunto dopo una settimana di piogge intense e alluvioni in tutto il Veneto e, soprattutto, nelle aree maggiormente colpite dalle intemperanze cui il clima, ormai da tempo, ci sta abituando…

Il 4 novembre, nel corso della quattordicesima Fiera di San Martino, l’Associazione G.R.I.L. ha potuto ancora una volta offrire il proprio contributo per rendere sempre più prestigiosa questa manifestazione organizzata dal comune di Torre di Mosto, che è sempre più nota ben oltre i confini del nostro Veneto, vista la presenza di partecipanti provenienti dal vicino Friuli al solo scopo di sentirsi parte della comunità torregiana.

E, infatti, è stata messa più volte in luce dal pubblico la capacità, affinata di anno in anno, di “far respirare in questa piazza il vero calore della nostra terra”: questo il commento giunto a Massimo Pasquon, rappresentante delle “Pecore nere”, il gruppo locale in supporto del quale si pone l’Associazione G.R.I.L. per offrire uno spaccato della vita quotidiana degli anziani che un tempo risiedevano appunto nel territorio del Basso Piave.

Fin dalle prime luci dell’alba a Torre di Mosto fervevano i preparativi per predisporre gli spazi opportuni alla  rivisitazione storica del vissuto quotidiano dei nostri nonni, con la classica suddivisione fra le aree destinate ad accogliere i lavori tipicamente femminili e maschili, spazi sempre adeguatamente separati, in relazione alla distinzione di ruoli fra donne e uomini e dunque dei rispettivi ambiti di intervento (interno alla casa o nelle sue immediate vicinanze per la donna, esterno alla casa, invece, per l’uomo).

All’uomo spettava il compito di reperire tutte le risorse possibili perché la famiglia potesse sopravvivere e continuare ad esistere (ecco perché esercitava la pratica della pesca, della caccia e, in seguito, gestiva la stalla e il lavoro nei campi).

Agli anziani, spettava, naturalmente, anche l’arte di saper costruire i giochi tanto utili ai ragazzi; ma l’anziano era anche il custode delle tecniche per la realizzazione di tanti strumenti di lavoro utili nella vita quotidiana.

La splendida esposizione degli oggetti tipici di un tempo, presentata da Adriano Caminotto, era collocata a poca distanza dallo spazio destinato ad accogliere i lavori dei nonni: Lorenzo Schiabel, Flavio Antoniazzi, Beniamino Zanette e Gabriele Marin hanno messo in atto azioni diverse per far cogliere l’intensa vitalità che manifestavano quei nonni (che impagliavano sedie, realizzavano cesti o giocattoli con materiali che oggi chiameremmo ‘biologici’ e un tempo erano semplicemente ‘naturali’…): un esempio per tutti rimane sempre quello della realizzazione della corda da saltare, il gioco forse più richiesto dai bambini alla presidente dell’Associazione, Aidi Pasian.

Insomma, il valore dell’uomo si evinceva dalla sua capacità di essere di supporto alla donna attraverso la propria azione quotidiana. Per non parlare, poi, dei lavori che implicavano la gestione dei possenti animali allevati nelle stalle: a dimostrazione del valore che avevano le antiche professioni, è bastato proporre la ferratura del cavallo, un’operazione complessa, vista la stazza dei cavalli (ad esempio il C.A.I.T.P.R., una delle razze più stimate del nostro territorio), svolta con sapiente maestria dal gruppo di Claudio Frasson, che ha potuto usufruire dei commenti e delle spiegazioni di Pierluigi Cibin. Il pubblico ha risposto con viva attenzione e curiosità, facendo sentire tutto il proprio apprezzamento per quanto ha potuto vedere.

Nella società di plaude del Basso Piave, caratterizzata da una forma di matriarcato (e non certo di patriarcato, come molti credono) dovevano risultare, però, altrettanto abili e competenti le donne, perché a loro spettava il compito di gestire le risorse portate in casa dall’uomo e di allevare / educare i figli. Col sopraggiungere della ‘stajón morta’ (l’inverno), era necessario per esempio, dotarsi di copricapi di lana, di calzini… perciò non era affatto inconsueto cogliere le nonne in atteggiamenti ‘didattici’, non certo in senso scolastico, ma perché si adoperavano per istruire le bambine e le giovani nella realizzazione di capi utili a tutta la numerosa famiglia (all’opera: Donatella Grandin, Loriana Valleri e Manuela Nesto, sotto la supervisione della nonna Anna Coppo, spesso munita di corona per proferire il rosario).

L’intensità della coreografia è stata sottolineata all’autrice Anna Maria Stefanetto anche dal Vicegovernatore del Veneto, Gianluca Forcolin.

Nell’arco dell’intera giornata i membri dell’Associazione hanno voluto offrire al pubblico un messaggio identitario particolare, corredato di brani poetici, alcuni inediti, altri invece tratti dal volume “Rime del Basso Piave” (Mazzanti Editori, 2009), insieme ad alcuni canti tradizionali come “Busatonda” e “Marìdete Orelia” (il canto autoctono per eccellenza). In ossequio, poi, alla commemorazione del 4 novembre, non si poteva non proporre anche il canto “Leggi mia cara”, una lettera dal fronte appunto, scritta in uno dei momenti forse più drammatici della storia locale nell’ambito della Prima Guerra Mondiale.

Le musiche di Davide Pieran hanno sottolineato il valore di quei testi, con un’armonizzazione consona a quello che era il nostro ambiente di palude e al vissuto della nostra gente, nonostante l’ampia opera di bonifica che ha interessato il Basso Piave, e con la quale, in piena epoca fascista, s’intendeva “bonificare anche le coscienze”. Obiettivo, questo, mai davvero compiuto, come dimostra ancora oggi la splendida piazza di Torre di Mosto.

L’Associazione ringrazia vivamente il Gruppo “Pecore nere” per il supporto logistico che continua sempre a dimostrarle nel corso di quest’evento. Non di meno, ringrazia la Pro Loco e l’Amministrazione comunale, costantemente presente nella piazza del Paese, al fine di consentire il buon esito della manifestazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

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